Vi è mai capitato di proporre una “giornata al museo” ai vostri amici e scorgere quell’espressione di riluttanza mista a noia nei loro volti? A me, si. Ogni volta. A meno che, non siano colleghi dell’Università o amici archeologici o storici dell’arte ma, anche in quel caso, spesso, la visita al museo è vista come uno “spreco” di tempo. Tempo che si può passare davanti ad un aperitivo annaquato di cui sicuramente ci lamenteremo o ad una anonima tazza di caffè all’interno di un bar. Bhè, io ho sempre passato ore dentro le sale dei musei e mi sono sempre divertita. Spesso anche da sola, perdendo il senso del tempo.

Voglio raccontarvi la mia esperienza al Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa, uno dei principali musei archeologici d’Europa. Ma è doveroso, prima, fare dei cenni storici e spiegare un pò l’allestimento e il percorso offerto al visitatore.

L’edificio, a pianta esagonale, venne costruito tra il 1967 e il 1986; l’incarico venne affidato all’architetto Franco Minissi e venne edificato in quella che, all’epoca, era un’area non ancora urbanizzata all’interno del parco storico di Villa Landolina, che risale alla fine del XIX secolo e di proprietà della famiglia Landolina. Il parco che circonda la villa ospita piante secolari, reperti di epoca romana e greca, una piccola necropoli di età greco-arcaica e tratti della viabilità antica. L’idea del parco trae ispirazione dai giardini arabi e, passeggiando tra i vialetti, non ci si rende conto di essere al centro della città moderna. Nessun rumore. Solo silenzio e bellezza.

Il parco ospita anche un piccolo cimitero acattolico dove vi è la tomba del poeta August Von Platen. (se non avete mai letto una sua poesia, rimediate subito!)

L’area intorno al nuovo Museo è una delle zone più ricche della città , la Neapolis, che con il teatro greco, l’area di Ierone, il complesso delle Latomie, l’anfiteatro romano e la fitta rete di catacombe cristiane (tre a distanza di poche centinaia di metri) costituisce il punto focale di una zona dall’alto valore archeologico e quindi immersa in un contesto che, da solo, racchiude la storia millenaria della città. Escludendo, l’isola di Ortigia, ovviamente.

Il Museo è stato aperto al pubblico nel 1988, sotto la direzione e il coordinamento dell’archeologo Giuseppe Voza; si sviluppa dal nucleo centrale da cui si diramano i vari settori e racchiude in se i reperti risalenti dal periodo preistorico e protostorico a quello greco e romano, ma anche tardo antico e bizantino provenienti da scavi all’interno della città e da altri siti della Sicilia. Il pian terreno è diviso in 4 settori (A-B-C-D) che seguono, cronologicamente, le varie fasi della storia dell’uomo sull’isola. L’allestimento è ben curato e segue il visitatore passo dopo passo, senza mai confonderlo.

La visita inizia dal settore A, dedicato alla preistoria e alla protostoria dell’isola, ed è preceduta da una breve sezione  sulla  geologia del territorio Ibleo e del Mediterraneo con una bellissima esposizione di fossili e rocce fino ad arrivare nella sala in cui sono custoditi i famosissimi elefanti nani rinvenuti nella Grotta Spinagallo a Siracusa. La “narrazione” continua con le fasi del Paleolitico superiore e del Mesolitico fino ad arrivare al periodo Neolitico con i reperti (armi di selce e ossidiana) dai villaggi di Stentinello, Paternò, Matresa, Biancavilla, Megara Hyblaea, Calaforno e molti altri. L’età del Rame con i reperti provenienti dalla Grotta Zubbia, Palombara, Conzo e Chiusazza ma anche Malpasso, Sant’Ippolito e Piano Notaro. L’età del Bronzo con i grandi portelli tombali in pietra di Castelluccio, i meravigliosi vasi rosso lucido di Pantalica e poi Cassibile, Caltagirone, Thapsos, Giarratana, Mendolito e molti altri, tutti custoditi in grandi vetrine che ne racchiudono e conservano la bellezza.

Il settore B, dedicato alle colonie greche della Sicilia e alla Siracusa  arcaica; qui sono custodite le più importanti statue marmoree di età greca come il Kouros di Lentini, l’efebo di Adrano, le gondaie a testa leonina del castello Eurialo, le statuette votive di Demetra e Kore e una Gorgone provenienti dalla colonia dorica di Megara Hyblaea. Qui è anche conservato il Cavalluccio corinzio che è simbolo del Museo e ancora qui, si ripercorre la storia dei templi edificati a Siracusa con modellini in scala e vari reperti di riferimento: dal Tempio di Apollo, al Tempio di Atena, al Tempio di Artemide e, infine, al Tempio di Giove.

Il settore C, invece, è dedicato alle subcolonie di Siracusa, Gela e Agrigento; qui sono esposti i reperti dell’antica Akrai, Kasmenai, Camarina, Eloro nonchè reperti provenienti da altri centri della Sicilia orientale.

Il percorso procede al secondo piano, al quale si accede quasi inconsapevolmente, da una scala interna che sale “a spirale” attraversando i vari settori. Ci avete mai fatto caso che il Museo Paolo Orsi non ha pareti? Muri in mattoni o divisori vari? Ci si potrebbe orientare anche ad occhi chiusi.

Il settore D, inaugurato nel 2006, contiene i reperti di epoca ellenistico-romana; al suo interno sono conservati i reperti più celebri del museo come la Venere Landolina, la statua di Eracle in riposo e un grande spazio dedicato agli oggetti d’oreficeria e alle monete siracusane.

Nel 2014 è stata ampliata e inaugurata un’altra area del Museo: il settore F, dedicato ai reperti paleocristiani con una sala dedicata appositamente al Sarcofago di Adelfia e ai ritrovamenti delle catacombe di Siracusa: San Giovanni, Santa Lucia e Vigna Cassia. Questo settore completa l’ampio quadro cronologico e storico della città e racconta la storia millenaria che rende Siracusa e soprattutto la Sicilia una delle regioni più ricche del Mediterraneo.

Ma non è finita qui.. nel 2010, nel piano interrato del Museo è stato aperto al pubblico il settore N, il cosiddetto Medagliere, che conserva le preziosissime monete siracusane (Decadrammi del IV secolo a.C, firmate dagli artisti Euainetos e Kimon), i gioielli antichi e altre monete d’oro e d’argento provenienti dalle colonie greche limitrofe alla città. La collezione non comprende soltanto le monete greche ma anche quelle romane e quelle d’età moderna.

La mia prima volta al Museo Archeologico Paolo Orsi la ricordo bene. Frequentavo la V’ elementare ed ero in gita con la scuola. Ricordo che rimasi affascinata dai fossili, dagli elefanti nani e dalle grandi zanne esposte all’ingresso del settore A. La nostra visita durò circa un’ora e , ogni volta, la mia maestra doveva chiamarmi “a rapporto”, staccandomi letteralmente dalla vetrine, per non disperdere il gruppo e “perdere tempo”. Il tempo. Quanto tempo ti serve per visitare bene un Museo, una collezione o una mostra? Ancora oggi non so darmi una risposta.

Durante gli anni dell’Università a Siracusa, andavo spesso al Museo, con i professori durante le ore di lezione pratica, con i colleghi, con gli amici o con i miei genitori quando  venivano a trovarmi. Mia madre, ha sempre amato visitare i musei con me.

La sensazione che si prova quando passeggi tra le sale del Museo è qualcosa di unico. Le storia si palesa, prende forma. Diventa realtà. Gli uomini del passato prendono vita: li vedi mentre cacciano le loro prede o plasmano i loro vasi, mentre discutono di filosofia e religione fuori dal Tempio o parlano male del vicino di capanna, vedi il fumo uscire dalle “cucine” dei villaggi o le donne che giocano con i loro figli.

La storia è questo. Uomini. Vite. Esperienze.

Quando un oggetto, come un vaso, apparentemente insignificante o “vecchio” riesce a trasmettere una storia, nulla è noioso. Diventa vero. Diventa nostro.

Ho trascorso molto tempo dentro le sale del Museo Paolo Orsi e, ogni volta, ho qualcosa di nuovo da vedere. Da farmi raccontare. L’ultima volta, ho “dialogato” con gli ossi a globuli (magari mi avessero detto quale fosse la loro funzione!), con i portelli monumentali di Castelluccio e ho visitato, per la prima volta, una parte dei magazzini del Museo. Lì sotto sono conservati, più reperti di quelli esposti nei vari settori e finalmente, ho visto, il laboratorio dove si esegue il restauro e la catalogazione dei reperti. Una bambina in un negozio di caramelle colorate. Per farla breve! Tanti anni, giorni e ore “spesi” tra le sale del Museo e non ho ancora visto il Cavaluccio corinzio in bronzo, era sempre in prestito per una mostra fuori dalla Sicilia, in restauro o peggio (nella mia testa) non è mai esistito.

Se lo dovessi trovare, faccio un post, qui nel blog.

Non so quanto tempo ci vuole per visitare il Museo ma, ogni volta, mi sento parte di un meccanismo, di una fetta di quella cultura  millenaria che tanto decantiamo ma che pochi, realmente, conoscono.

Andiamo al Museo, quindi, la prima domenica del mese è pure gratis!